Il mestiere

Il mio è un mestiere inesistente. Perché adesso come adesso, io, di mestiere, non faccio più nulla di preciso. Do qualche lezione privata, tengo un po’ di corrispondenza, mi faccio invitare a cena, insomma non faccio quasi nulla.
No, non per pigrizia. lo nella vita sono stato attivissimo, fino a poco tempo fa io amavo il lavoro in maniera entusiasta, smisurata. Solo che mi piaceva sempre il lavoro che in quel momento non potevo fare. Quando facevo l’impiegato per esempio le ore mi si incollavano sull’ orologio. Dalle undici a mezzogiorno passavano mesi. Mi lavavo le mani quindici volte, mi alzavo e guardavo fuori dalla finestra. Pensavo con invidia furiosa a quelli che stavano fuori, liberi come gli uccelli, ai contadini, ai muratori che salgono sui tetti e vedono il mare e soprattutto ai postini che imboccano le vie del centro ammirando i portali delle case patrizie, liberi persino di fischiare se li aggrada … Ma poi come anch’io mi misi a fare un lavoro all’aperto, l’aiuto geometra, se ben ricordo, e mi dovevo alzare presto per misurare le strade, ecco che il freddo piglia a saltarmi addosso, a mordermi le orecchie e i piedi e la nebbia mi arrossa gli occhi. E poi le automobili, i cani dei contadini, il fango. Così pianto tutto e mi metto a fare il maestro. Dopo sei mesi avevo l’animo di un omicida. Niente di più egoista di un bambino.
No, bisogna stare con le cose, mi dico. Il falegname. Quello sì. Lui lì col suo legno, è bella bella materia il legno, calda, sana. Mi metto a lavorare nel legno, prendo un po’ d ‘attrezzarura e comincio. Allora quel legno così bello e così piacevole alla mano, comincia sotto la sega a riempire la stanza di fumo, un fumo che mi entrava nei polmoni, acre, implacabile e le seghe a fare un rumore d’inferno. L’aria pura, no ci vuole l’aria pura per stare al mondo, così vendo la falegnameria e mi metto in mare con un amico che aveva una barca e faceva un po’ di pesca e un po’ di trasporto. Dopo quindici giorni non sentivo più le mani, la schiena era un selciato di dolori, il collo non lo voltavo più e la puzza del pesce mi dava di stomaco.  – È un mestiere senza padroni – mi diceva l’amico – un poco duro … – lo amo il padrone – dissi cupo. Il padrone è meglio del mare, quello ti uccide. Un giorno sbarcai in un porto e sparii dalla vista del mare. Fu lì, in quella città di mare che andai con una donna di strada a passare la notte. La pagai solo per parlare, ma lei aveva sonno. Le puttane hanno la coscienza tranquilla e dormono sempre. lo tuttavia la tormentavo con le mie domande e le dicevo della mia vita, dei miei molti mestieri.
Prima di sprofondare nel sonno lei mi disse: “Sei un idealista, un mestiere vale l’altro. Uno quando il mestiere ce l’ha se lo tiene e basta. Tu il mestiere non lo vuoi e non hai i soldi per per fare il signore, questo è il tuo guaio”.
Così, ora, non faccio più niente. Lo so, scrocco dei pasti, calo in dignità, ma io a lavorare non gliela faccio più e non m’importa neanche se divento un barbone, perché di una cosa mi sono accorto, che sono inadatto al mestiere di vivere.

 

Nino Pedretti
GRAMMATICHE
Monologhi e racconti inediti 

La felicità

Santéi la matéina
al brazi ch’al vén fura de sònn
e una macia ad sòul
ch’la t’ bat sòura una spala
e l’acqua
ch’la t’incòuntra ti òcc,
santéi la vòusa
ch’la sòuna t’una cambra
e l’aria
che là n t’ tòcca, epure ta la vèid,
santéi e’ sangh
che córr sòtta la pèla
e nu santéi piò gnént.


La felicità

Sentire la mattina | le braccia che escono dal sonno| e una macchia di sole | che ti batte sopra una spalla | e l’acqua che ti incontra negli occhi, | sentire la voce | che suona in una stanza |e l’aria | che non ti tocca, eppure tu la vedi, | sentire il sangue | che corre sotto la pelle | e non sentire più nulla.

Nino Pedretti
La Chèsa de Témp 

U n’e’ savrà niséun

Ch’avémm campè
ch’avémm tòcch al strèdi si pii
chi andeva alìgar
u n’e’ savrà niséun.
Ch’avémm guardè e’ mèr
da e’ finistréin di trèni,
ch’avémm respiré
l’aria ch’la s pòẓa
sal scaràni di bar,
u n’e’ savrà niséun.
A sémm stè
sla teraza dla véita
fintènt ch’l’è arivàt ch’i élt.


Non lo saprà nessuno

Che abbiamo vissuto, | che abbiamo toccato le strade | coi piedi che andavano allegri, | non lo saprà nessuno. | Che abbiamo visto il mare | dai finestrini dei treni, | che abbiamo respirato l’aria che si posa | sulle sedie dei bar, | non lo saprà nessuno. | Siamo stati sulla terrazza della vita | fintanto che sono arrivati gli altri.

Nino Pedretti
La Chèsa de Témp