Canto del cavallo

Dopo dieci anni di una guerra
che non finiva mai, una bella mattina
i Troiani
che stavano sempre con la testa penzoloni
dalle mura,
vedono che le barche greche
hanno le vele gonfie per tornare a casa
e sulla spiaggia è rimasto un cavallone di legno
grande come un palazzo, con delle placche d’oro
sulla schiena che parevano fatte di lucciole.
“Portiamolo dentro che è un regalo che ci hanno lasciato!”
Dicevano quasi tutti senza sapere che nella pancia
del cavallo c’erano Ulisse con dei soldati che stavano zitti
come le montagne sotto la neve.


Tonino Guerra
Estratto da Odissea. Il viaggio del poeta con Ulisse

Il polverone

Nella Valle dei Crateri uno o due volte ogni cent’anni c’è un vento che si chiama il Polverone che sale dal fondo della terra lungo gli imbuti asciutti dei crateri e per tre giorni come le lingue dei gatti che raspano, lecca le case e le facce degli abitanti di quella zona.  E allora succede che tutti perdono la memoria e i figli non riconoscono i padri, le mogli i mariti, le ragazze i fidanzati, i bambini i genitori e tutto diventa un caos di sentimenti nuovi.
Poi cessa il vento risucchiato dentro i crateri e lentamente ogni cosa torna come prima e nessuno ricorda quello che è successo nei tre giorni del Polverone.


Tonino Guerra
Estratto da Il polverone

Il mestiere

Il mio è un mestiere inesistente. Perché adesso come adesso, io, di mestiere, non faccio più nulla di preciso. Do qualche lezione privata, tengo un po’ di corrispondenza, mi faccio invitare a cena, insomma non faccio quasi nulla.
No, non per pigrizia. lo nella vita sono stato attivissimo, fino a poco tempo fa io amavo il lavoro in maniera entusiasta, smisurata. Solo che mi piaceva sempre il lavoro che in quel momento non potevo fare. Quando facevo l’impiegato per esempio le ore mi si incollavano sull’ orologio. Dalle undici a mezzogiorno passavano mesi. Mi lavavo le mani quindici volte, mi alzavo e guardavo fuori dalla finestra. Pensavo con invidia furiosa a quelli che stavano fuori, liberi come gli uccelli, ai contadini, ai muratori che salgono sui tetti e vedono il mare e soprattutto ai postini che imboccano le vie del centro ammirando i portali delle case patrizie, liberi persino di fischiare se li aggrada … Ma poi come anch’io mi misi a fare un lavoro all’aperto, l’aiuto geometra, se ben ricordo, e mi dovevo alzare presto per misurare le strade, ecco che il freddo piglia a saltarmi addosso, a mordermi le orecchie e i piedi e la nebbia mi arrossa gli occhi. E poi le automobili, i cani dei contadini, il fango. Così pianto tutto e mi metto a fare il maestro. Dopo sei mesi avevo l’animo di un omicida. Niente di più egoista di un bambino.
No, bisogna stare con le cose, mi dico. Il falegname. Quello sì. Lui lì col suo legno, è bella bella materia il legno, calda, sana. Mi metto a lavorare nel legno, prendo un po’ d ‘attrezzarura e comincio. Allora quel legno così bello e così piacevole alla mano, comincia sotto la sega a riempire la stanza di fumo, un fumo che mi entrava nei polmoni, acre, implacabile e le seghe a fare un rumore d’inferno. L’aria pura, no ci vuole l’aria pura per stare al mondo, così vendo la falegnameria e mi metto in mare con un amico che aveva una barca e faceva un po’ di pesca e un po’ di trasporto. Dopo quindici giorni non sentivo più le mani, la schiena era un selciato di dolori, il collo non lo voltavo più e la puzza del pesce mi dava di stomaco.  – È un mestiere senza padroni – mi diceva l’amico – un poco duro … – lo amo il padrone – dissi cupo. Il padrone è meglio del mare, quello ti uccide. Un giorno sbarcai in un porto e sparii dalla vista del mare. Fu lì, in quella città di mare che andai con una donna di strada a passare la notte. La pagai solo per parlare, ma lei aveva sonno. Le puttane hanno la coscienza tranquilla e dormono sempre. lo tuttavia la tormentavo con le mie domande e le dicevo della mia vita, dei miei molti mestieri.
Prima di sprofondare nel sonno lei mi disse: “Sei un idealista, un mestiere vale l’altro. Uno quando il mestiere ce l’ha se lo tiene e basta. Tu il mestiere non lo vuoi e non hai i soldi per per fare il signore, questo è il tuo guaio”.
Così, ora, non faccio più niente. Lo so, scrocco dei pasti, calo in dignità, ma io a lavorare non gliela faccio più e non m’importa neanche se divento un barbone, perché di una cosa mi sono accorto, che sono inadatto al mestiere di vivere.

 

Nino Pedretti
GRAMMATICHE
Monologhi e racconti inediti